Laura Rogora: dopo un’estate da favola, il sogno si chiama Olimpiade

Di Dario Ricci

Un sogno olimpico rinviato, un’estate da incorniciare. E ora di nuovo i cinque cerchi in testa, con la speranza di prenderlo davvero, quell’aereo per Tokyo, perché in Giappone sbarcherebbe, adesso, con prospettive e obiettivi davvero più ambiziosi. Se l’annata è stata quel che è stata per tutti, il 2020 di Laura Rogora somiglia proprio a un romanzo d’avventure…in verticale, con la 19enne romana che proprio nei mesi più caldi ne ha scritto le pagine più intense.

Appena usciti dal lungo lockdown è subito tornata in falesia, ad Arco, dove ha ripetuto due 8c. Qualche settimana dopo ha poi salito il 9a Pure Dreaming e ancora il 9a+ di Pure Dreaming Plus, divenendo la prima italiana a superare questo grado. E poi (e soprattutto!) il 25 luglio la ripetizione della via Ali hulk sit extension total (a Rodellar, in Spagna) gradata 9b, con cui è diventata la seconda donna al mondo a salire questo grado. Prima solo la grande campionessa Angela Eiter ci era riuscita, domando La Planta de Shiva a Villanueva del Rosario nel 2017. Per finire, e completare così il trittico vincente, ecco il titolo italiano boulder conquistato in occasione dei Campionati nazionali svoltisi a ottobre a Roma. Risultati che già da soli valgono quasi una carriera intera, che ora Laura legge proprio in prospettiva olimpica

Laura, ci eravamo lasciati all’Urban Wall in occasione della Milano Climbing Expo 2020 con l’auspicio di una grande stagione verso le Olimpiadi. Direi che – malgrado le difficoltà causate da pandemia e lockdown – sei stata di parola…
«Direi proprio di sì! – risponde divertita la campionessa, in esclusiva per Urban Wall – sono uscita dal lockdown con una grande energia, un grande desiderio di tornare ad arrampicare, ma anche con una maggiore consapevolezza e forza mentale. I risultati si stanno vedendo.»

Come hai vissuto le settimane di isolamento forzato?
«Le prime settimane, fino a fine marzo, ho potuto continuare gli allenamenti presso la caserma della Polizia di Stato di Moena. Quando poi la chiusura è stata definitiva sono rimasta a casa, dove non avevo molti strumenti a disposizione, nemmeno il trave. Alla fine ho preso quello portatile e ho fatto molto allenamento a secco, anche per due o tre ore al giorno, un allenamento di forza che è stato prezioso quando sono potuta tornare in parete e in palestra. A quel punto il più era fatto: mi sono riadattata in fretta al gesto dell’arrampicata, alle combinazioni e ai passaggi tecnici.»

Da qui a domare Ali hulk sit extension total ce ne vuole, però…
«Vero, perché è una via particolare, definita ‘ibrida’: si parte sit e i primi 50 movimenti si fanno senza la corda, poi dopo questa prima parte si raggiunge un riposo di ginocchia dove ci si attacca la corda con un moschettone e parte la via con la corda: altri 50 movimenti di 8c+. A spiegarlo a parole sembra facile, ma fidatevi che non lo è, anche se c’ho messo 6 giorni in tutto per venirne a capo in tutte le sue parti. E dire che pensavo che in una settimana sarebbe già stato tanto fare tutte le sezioni, invece mi sono trovata subito a mio agio e già al quarto giorno ho cominciato a fare tentativi seri. Sicuramente quest’anno sono migliorata tanto e anche la via mi era particolarmente congeniale: nessun passaggio estremo ma tanta resistenza.»

Primo pensiero una volta arrivata lassù?
«Ho ripensato a quando ho cominciato a scalare (su sollecitazione del papà, docente universitario di matematica e appassionato climber a sua volta, ndr) e il 9b mi sembrava un grado da extraterrestri, che solo pochi uomini al mondo riuscivano a fare! E ho ripensato anche a tutto il percorso di crescita fatto con il mio allenatore Alessandro Marrocchi, che in 12 anni mi ha portato a far parte di questa cerchia ristretta di campioni a cui non avrei mai pensato di appartenere.»

Margini di miglioramento, a questo punto? Obiettivi?
«Credo di poter ancora migliorare sui passaggi dinamici e sulla forza esplosiva. E qualche anno fa ho provato Biographie a Céüse, una linea davvero molto bella e dal grande significato nella storia dell’arrampicata, mi piacerebbe prima o poi riprovarci.»

All’orizzonte c’è Tokyo, l’Olimpiade, l’esordio dell’arrampicata nel programma ufficiale dei Giochi estivi, nella speranza che questa estate si possano davvero svolgere, e che la pandemia sia a quel punto solo un brutto e tragico ricordo…
«Essere in gara alle Olimpiadi sarebbe fantastico proprio perché vorrebbe dire che il peggio è alle spalle, e questo sarebbe il risultato più importante. E quanto fatto in questi mesi mi fa guardare al Giappone con fiducia: se prima la cosa più bella era comunque partecipare, dopo aver già preso parte ai Giochi Giovanili di Buenos Aires del 2018, adesso davvero non vedo l’ora di essere lì in gara, anche se non bisogna farsi illusioni, sia per la formula scelta (una combinata tra speed, lead e boulder, ndr), sia perché non è scontato riproporre nell’arrampicata sportiva quanto si riesce a fare outdoor, e viceversa …Vedremo! L’importante è continuare a lavorare sodo per provare a realizzarlo, quel sogno a cinque cerchi!»

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