Fratelli di cordata: Andrea e Marco Zanone

Un vincolo più forte di qualsiasi corda, che ti unisce da sempre e per sempre, ad ogni passo, in parete, certo, ma anche e soprattutto in ogni momento della vita di tutti i giorni. Questione di famiglia, l’arrampicata, per Andrea e Marco Zanone. Perché se arrampicatori si diventa – e ogni giorno con sempre maggiore convinzione, se si ripercorre la loro storia – fratelli si nasce. Ma la parete, la falesia, la roccia, la corda, servono a rafforzarlo sempre di più, quel legame di sangue. E allora seguiamoli insieme, tiro dopo tiro, Andrea a Marco, per scoprire segreti e obiettivi comuni di questa coppia legata a doppio filo.

Questione di famiglia – Biellesi, rispettivamente di 27 e 25 anni, Andrea e Marco non si dedicano per caso all’arrampicata. Il padre, Pierre, è stato infatti uno dei grandi ‘profeti’ dell’arrampicata sportiva negli Anni Ottanta/Novanta in Italia. «Per noi la montagna è sempre stato un ambiente familiare, con cui fin da piccoli abbiamo interagito con spontaneità – racconta Andrea -: papà andava ad arrampicare, e ci portava con lui in falesia in Val d’Aosta. Noi guardavamo, ci piaceva stare con lui, ma lui non ci ha mai spinto in modo ossessivo a provare. Certo, di passione pure lui non ne è ha mica poca: pensate che si era fatto costruire da mio nonno, falegname, una parete di legno in casa, per potersi allenare quando tornava dal lavoro!», ricorda divertito Andrea. Altro ‘mentore’, stavolta sportivo, è stato per entrambi, nei loro primi anni di arrampicata, Alberto Gnerro: «Ho cominciato a frequentare la sua palestra a Pollone nel gennaio 2010 – sottolinea Marco-: Andrea, che come me giocava a calcio, aveva già iniziato da un paio d’anni, io invece mi ero fatto male a un piede per un piccolo incidente in moto, e allora non potendo calciare, ho iniziato ad andare in palestra, per curiosità. Sono bastate tre-quattro volte, e al campo di calcio non mi hanno più visto…»

Mix vincente – Miscela esplosiva, quella che Andrea e Marco mescolano in parete. O meglio, solo potenzialmente, perché due caratteri così diversi potrebbero davvero scontrarsi: «Invece no, ci compensiamo in modo pressoché perfetto – spiega Andrea-: io sono più compassato, metodico, molto scrupoloso, non timido, ma riservato; Marco è il mio esatto opposto, più aperto, deciso, diretto. Mentre io sono alla base della parete e mi sto ancor riscaldando e preparando l’attrezzatura, lui di solito già ha iniziato ad arrampicarsi!”». «Sì sì, di solito va proprio così! – conferma Marco, divertito – Ma proprio l’essere così diversi e complementari è il nostro punto di forza: lui frena me, mentre io lo scuoto con la mia adrenalina! Davvero faccio fatica a immaginarmi con un altro compagno d’arrampicata! »

Risultati – Che il ‘team’ così composto sia ben assemblato lo dimostrano i risultati. Sia Andrea che Marco sono riusciti entrambi a raggiungere il famigerato gradi 9a, Andrea ce l’aveva fatta nell’ottbre 2017; mentre a Marco è toccato nel marzo scorso. Lui si schernisce: «Beh ad arrampicare su vie di 9a in Italia saremo una dozzina. Veramente in pochi, a livello mondiale, sono i climber che fanno il 9b e quelli che arrivano al 9c si contano sulle dita di una mano». Qualche mese fa, Marco ha scalato “Coup de Grace” una via su un impressionante masso a Sonlerto in Val Bavona, Svizzera. Una via di granito perfetta, definita da uno dei soli cinque climber che l’hanno salita, come «la più bella via estrema di granito al mondo». Un sogno che Marco inseguiva dal 2015 – «Non ho più tenuto il conto dei tentativi, forse una quarantina. Di mezzo ci sono stati gli impegni di studio». Nel frattempo, Marco si è infatti diplomato alla Civica Scuola di Cinema “Luchino Visconti” di Milano. «Nel 2017 ha avuto la fortuna di condividere la gioia di mio fratello Andrea nel vederlo salire la via. Da quel momento in poi ho cominciato a sognare, e non aspettavo altro di poter provare tutte le emozioni che aveva provato lui in quel giorno. E’ stato un traguardo talmente importante che ho deciso di girare un mini documentario su questa grande salita, unita al suo lavoro di tracciatore e istruttore nella palestra Urban Wall di Milano. Per tutto il 2018, a causa del brutto tempo la via era rimasta bagnata e impossibile da provare, ma ho tenuto la mia mente impegnata montando al computer, per ore e ore, le sequenze della via, continuando a sognare di poter raggiungere a mia volta quel traguardo» conclude Marco. E non è finita qui, perché l’arrivo della primavera sollecita, nel minore dei fratelli Zanone, altri desideri: “Vorrei davvero divertirmi un po’ a Ceüse, una bellissima falesia in Francia. Lì c’è questa 9a, Le Cadre Nouvelle, liberata nel 2010 da Adam Ondra (e percorsa nel maggio 2016 anche da Stefano Ghisolfi e Stefano Carnati, ndr), che è estremamente affascinante, ma pure molto impegnativa. Una linea che conta circa 80 movimenti e che sta mettendo a dura prova la mia resistenza, ma insomma è quello il mio prossimo obiettivo» rivela Marco.

Andrea invece (che ha lasciato da qualche tempo gli studi di Scienze Forestali e Ambientali a Torino per dedicarsi alla carriera di istruttore e tracciatore proprio all’Urban Wall, ndr) morde il freno, bloccato al momento da un infortunio alla spalla: «Voglio recuperare al meglio, per evitare fastidiose ricadute. Il mio obiettivo attuale? Tornare in parete per provare le sensazioni che piacciono a me, l’energia e la pace interiore che solo questo sport riesce a regalarmi».

Futuro olimpico – Una disciplina, l’arrampicata, che si appresta a sbarcare nel programma ufficiale dei Giochi Olimpici estivi, a partire da Tokyo 2020. Prospettiva che non può non incuriosire sia Andrea che Marco: “Ho avuto la fortuna di vestire la maglia della Nazionale, e anche di vincere alcune gare di Coppa Italia e di partecipare, con quella stessa maglia, ad alcune prove di Coppa del Mondo – sottolinea Andrea – e conosco quindi l’emozione che si prova nel rappresentare il proprio Paese in una competizione. Penso che per la nostra disciplina sia una bella opportunità, soprattutto perché attirerà ancora più curiosi verso il nostro sport, che viene già ora percepito come un’alternativa alla palestra, a quella pesistica spesso monotona e noiosa. Certo, bisogna organizzare le cose al meglio: non ha senso fare classifiche ponderate sulle tre specialità, cioè speed, lead e boulder, perché la prima è decisamente diversa dalle altre due, più affini tra loro: è come far gareggiare nella stessa competizione Bolt e Stefano Baldini, un velocista e un maratoneta!». Opinione condivisa da Marco, ancor più distante, per filosofia e approccio, dalle competizioni ufficiali: «Anche quando giocavo a calcio era così: mi divertivo, ma non avevo nessun interesse per classifiche, campionati, campioni, idoli… Comunque, penso anche io che la vetrina olimpica sia un’opportunità, a patto che non si privilegino solo criteri mediatici, ma vi sia la possibilità di far emergere la vera anima, l’emozione reale del nostro sport».

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